Anni di piombo, anni di paillettes.

Music from a country on the verge of a nervous breakdown.

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Enzo Maolucci, L’industria dell’obbligo
by Renato Q.

“Da un mese sto insegnando in una scuola media”. Il disco di esordio di Enzo Maolucci si apre con l’affermazione di una doppia identità: ecco un musicista rock, che è anche un nuovo insegnante in una scuola pubblica. Le due condizioni non sono necessariamente compatibili, e che Maolucci non si senta troppo a proprio agio nel ruolo di professore lo si può vedere fin dalla copertina, dove il musicista mette la propria faccia in primo piano ma preferisce identificarsi con quelli che stanno dall’altra parte, con la scolaresca: una scolaresca distratta, beffarda, decisamente votata alla disobbedienza.

Dietro c’è un muro, sopra il muro del filo spinato, e fuori dal muro una città, Torino, per cui questo disco segna quasi l’ingresso ufficiale nell’immaginario del rock italiano. Torino è la Detroit d’Italia, la città-fabbrica dominata dalla Fiat, una città in cui si respirano ogni giorno cose di cui il disco tende a parlare poco, probabilmente per la stessa ragione per cui a un pesce non verrebbe mai in mente di scrivere una canzone sull’acqua in cui nuota. Nella durissima Torino degli anni settanta, le canzoni didascaliche sugli operai e sulla catena di montaggio si lasciano fare volentieri agli altri, ai turisti, per esempio al bolognese Lucio Dalla, che proprio nel 1976 ha pubblicato un disco, Automobili, che si apre con un’immaginaria “Intervista con l’Avvocato” (Agnelli, presidente della Fiat). Per Maolucci la città è lo sfondo di uno sguardo autobiografico che diventa subito la cifra stilistica più riconoscibile del suo lavoro: l’approccio è apparentemente più indiretto, ma solo perché il potere, quello dei “padroni”, lo si può incontrare e sfidare ovunque, nei discorsi dei bar, nelle istituzioni culturali, nella vita quotidiana.

Le prime due storie portano il titolo di due nomi propri: “Baradel” e “Rita Fenu”, un cognome del Veneto e uno della Sardegna, due personaggi che rimandano a quell’ondata migratoria che nei vent’anni precedenti ha portato a Torino qualcosa come mezzo milione di persone. Gente che non ce la fa, che a scuola fa fatica, che si confronta ogni giorno con la violenza domestica. Rita Fenu è una giovane madre costretta più volte all’aborto clandestino (la legalizzazione in Italia arriverà solo nel 1977) prima di poter mettere al mondo un figlio che, impazzita, ucciderà da sé. Baradel è lo studente prediletto destinato a essere sempre bocciato, che non risponde mai alle domande, simbolo con la sua stessa presenza della lotta di classe dentro la scuola. Su questo memorabile Franti silenzioso il pezzo rovescia speranze che finiscono per riassumersi nel più tipico esempio di comando impossibile: sii libero! Il resto del disco è essenzialmente dedicato alla costruzione del personaggio Maolucci, ma prima della fine c’è spazio per un terzo incontro, in “Omicidio e rapina”, con l’apparizione notturna di un amico ridotto a una maschera di sangue che invoca una birra e teorizza l’odio e la violenza come unica via d’uscita alle “ridicole ambizioni” che la società borghese gli proietta addosso.

La rabbia e la fisicità con cui Maolucci interpreta i suoi pezzi, i temi politici, la violenza del linguaggio possono far apparire L’industria dell’obbligo come un disco molto diretto, mentre serve qualche ascolto in più per apprezzarne il lato intellettuale e quasi snob. Questo, del resto, è il disco di uno che ha fatto tutto alla rovescia: debutta come cantautore a 30 anni, ma nei suoi venti ha scritto un libro su beat e rock che rappresenta uno dei primi studi italiani sul tema condotti in ambito universitario (Pop-under-Rock, 1972). Pochi mesi prima della registrazione dell’album ha contribuito a fondare la prima radio libera torinese ed è finito brevemente sulle pagine della stampa locale per aver interrotto con le sue proteste un concerto di Stockhausen, simbolo dell’odiata musica d’avanguardia. Uno dei punti di forza di L’industria dell’obbligo, e una delle ragioni per cui suona così vivo dopo così tanto tempo, sta nelle esperienze stratificate che sono entrate in questa musica. Maolucci mette in scena le proprie contraddizioni, assume di volta in volta diverse pose e stereotipi per emergere da questo flusso di parole come un personaggio sempre più sfuggente ed enigmatico, una provocatoria icona baffuta. Niente male per un dipendente statale incazzato.


Flavio Giurato, Marco Polo
by John Nicolò Martin

Siamo nel pieno degli anni ’80. Nelle grandi città impera la frenesia dettata dai ritmi del capitale. A Sanremo vincono Al Bano e Romina Power, nasce il computer Macintosh, muore Enrico Berlinguer, Berlusconi acquista Rete4 e scoppia lo scandalo P2. Il Partito Comunista dà l’ultimo segno di vitalità vincendo le elezioni Europee.

È l’epopea di Craxi, equivalente moderno dei governatori Spagnoli della Milano seicentesca: consumi oltre i guadagni, ricarichi giganteschi, corruzione alle stelle e un finto progresso basato su capitali virtuali destinati a sfaldarsi nel giro di pochi anni. Le intelligenze metropolitane ci sono, ma devono resistere quotidianamente difendendosi dalla prepotenza dei neo-arricchiti: magistrati contro il PSI, Centri Sociali contro gli sgomberi, tranvieri contro il sindaco, operai contro il decreto sulla “scala mobile”.

Il mondo dello spettacolo è un calderone socio-mediatico che appiana ogni trasgressione e dal quale solo qualche artista esce incolume e Flavio Giurato è uno di questi. Di fatto, a differenza di molti colleghi, egli insiste nell’anteporre il pensiero alla materialità, il rischio alla comodità, la curiosità all’assuefazione: latore di una “lucida follia creativa” e alieno a ogni compromesso, l’artista romano torna sulle scene dopo due anni e due dischi, tanto belli quanto parzialmente inosservati.

L’ultimo album si chiama Marco Polo, ovvero la storia del grande esploratore raccontata attraverso le sue impressioni, i suoi incontri e i suoi amori. Anche questa produzione non ha il successo immediato che merita ma, come per ogni mattone di una città importante, rimarrà ancorato alle sue fondamenta senza essere scalfito dal tempo.

“Marco Polo è un bimbo, ma non così piccino”, comincia così il racconto di un ragazzino del 1200 che a soli 17 anni si trasferisce in Cina e vi rimane per oltre quindici anni, scoprendo meraviglie inedite agli occhi di un Europeo. Da qui in poi, Giurato ne cattura ogni passo, ogni fatica, ogni gesto tecnico ripetuto ossessivamente mille volte nel corso del viaggio, ogni rischio e ogni meraviglia: dalla genesi delle sue passioni (“I punti cardinali”) fino ad arrivare alla corte del Gran Khan e, alfine, concedersi il meritato riposo tra le braccia dell’amata Monica.

L’esposizione poetica è così onesta che persino il fato e la casualità degli eventi vengono esorcizzati in versi di grande impatto visuale: “la provvidenza è vestita come un attore americano e Marco destinato a ritornare andrà avanti” e i cavalli volano. A un certo punto del racconto, l’ascoltatore è talmente coinvolto dalla narrazione che sembra quasi che la musica passi in secondo piano. Anche sotto questo aspetto, però, Giurato stupisce tutti in “L’Oriente”, dove concentra in pochi minuti tutte le sonorità differenziate e i linguaggi apolidi che transitano nelle orecchie del grande esploratore.

Ma la meta è vicina. Ora c’è solo da oltrepassare l’infinito deserto armeno, luogo dove tutto passa: gli eroi, le malattie, le guerre, le delusioni e le nostre primavere. E ci passa incolume anche il nostro eroe. Di fronte a tanto coraggio, pure il crudele e magnifico Khan si scioglierà abbracciandolo.

Infine, ecco la quiete ritrovata nell’amore nato all’ombra di una caverna “sotto il morbido del mondo”. “Marco e Monica” è una canzone così straordinariamente passionale che compensa l’ascoltatore di tutte le fatiche investite in un ascolto non solo affascinante, ma anche complesso e a tratti stridente.

Purtroppo, sappiamo tutti che l’album non ebbe molto riscontro. Flavio rimarrà silente per almeno quindici anni, per poi essere rivalutato con tutti gli onori del caso. Ha viaggiato anche lui come Marco Polo e, fortunatamente, è tornato per raccontarci nuovi e meravigliosi racconti.


Maurizio Monti, L’amore
by Francesco Bianconi

Ho avuto il mio primo contatto con Maurizio Monti diversi anni fa, all’esame della SIAE per autori di testi. Uno dei temi da svolgere era riscrivere un testo di canzone già edito, rispettandone la metrica sillaba per sillaba. E il testo era, in quell’occasione, “Morire fra le viole”, per l’appunto di “M. Monti”. Testo che in parte già conoscevo, in fondo è una canzone di Patty Pravo abbastanza famosa. Non sapevo affatto invece chi ne fosse autore. Cambiai il titolo in una stupidaggine del tipo “Risplendere nel sole”, scrissi il nuovo testo, e passai l’esame. Giocando a questo giochetto di riscrittura creativa, mi resi conto quanto quelle parole fossero perfette, nella loro sintesi micidiale e, mi si conceda, prevertiana, di simbolismo e pathos. Parole d’amore, semplici, cantabili, ma intelligenti. Un lirismo per nulla banale. Mi ricordo di aver pensato che forse il più blasonato Mogol non era mai stato capace di tanta perfezione. Ma forse qui entriamo nel de gustibus. Esame della SIAE a parte, il vero incontro (anche musicale) con Maurizio Monti lo devo al mio maestro di canto.

Cazzeggiando dopo una lezione, il mio insegnante mi fa vedere questo vinile dalla copertina bianca con un signore di mezz’età seduto in poltrona, con i pattini a rotelle ai piedi. Titolo: L’amore, di, per l’appunto once again, Maurizio Monti. E fu subito folgorazione. A cominciare dalla copertina. Io, putroppo, sono un po’ fatto così: il mio giudizio sulla musica pop è parecchio influenzato dalle sovrastrutture, dagli orpelli. La musica mi piace di più se mi piace l’aspetto del cantante, se mi piace la foto di copertina, se mi piace come fuma una sigaretta. In quella copertina Maurizio Monti può sembrare Betrand Burgalat in un disco mai pubblicato della Tricatel, o mio zio nel 1973 se avesse fatto il cantante. E vi giuro che anche questa seconda eventualità ha per il sottoscritto valore di coolness. Il mio maestro mi guarda e dice: “è il primo disco solista di Maurizio Monti”. Me lo presta. Lo porto a casa e, curioso come un bambino, mi immergo in questa fantastica collezione di canzoni.

La prima facciata si apre con “Bella mia”, altro pezzo cantato in seguito da Patty Pravo, e ti stende al tappeto. Cassa, basso, charleston e voce. Voce che attacca con “certo, sembra un caso”. Voce stridula da non cantante. Voce da autore che ci prova. Ma, incredibilmente, bellissima nel suo essere sgraziata, battistiana, espressivamente sopra le righe. La storia è quella, molto banalmente annisettanta, di un triangolo lui-lei-l’altro, eppure, come in “Morire tra le viole”, è raccontata in una maniera che funziona. Melodia e parole si fondono alla perfezione, e sul “me ne sto andandooo” finale, mentre la musica sfuma, si rizzano i peli sulle braccia e il cuore batte. Il “rizzapeli” (che è una prova del nove mica da ridere, per le canzonette) mi succede sempre con almeno altri tre episodi di questo disco: “Amore”, con modulazione armonica e beat lento batteria-basso-piano rhodes che anticipano gli Air di Moon Safari e Virgin Suicides di vent’anni; “Nuda di pensieri”, sublimazione e superamento del canone pachelbeliano, con tanto di cambio ritmico battistiano nel bridge e pausa strumentale superkitsch di archi finti Solina; “Esco con Rosa”, di nuovo un triangolo, di nuovo un uso metricamente geniale della lingua italiana, su una melodia struggente.

Ah, stavo dimenticando che c’è pure “Morire tra le viole”, in una versione coi synth a palla. Cosa chiedere di più?

In sintesi, un disco non fondamentale, non pietra miliare, non rivoluzionario. Un disco di musica leggera bellissimo. Un disco di canzoni. E scusate se è poco: non è per niente facile scriverne di così.


Ivan Cattaneo, Primo secondo e frutta (IVAn compreso)
by Piergiorgio Pardo

Omosessualità e cibo. Musica e poesia nel segno di Milk? Di più. Definitivamente. Perché di quel movimento che oggi viene fedelmente ricostruito a colpi di cachet hollywoodiani e nomination all’Oscar vediamo qui la storia vissuta, irriverente, sperimentale, egoriferita, f.u.o.r.i. dal coro [f.u.o.r.i. (Fronte unitario omosessuale rivoluzionario italiano – “italian homosexual revolutionary unitary front”, but “fuori” also means “out”) was the first gay movement in Italy, founded in 1971].

Il radicalismo movimentista vi si fa sostanza d’avanguardia. Anche quella ingenua di stampo tardo-Settanta che ancora faceva pensare a progetti sinestesici che assemblassero tutte le arti in improbabili sigle (T.U.V.O.G. Art, l’arte del TATTOUDITOVISTAOLFATTOGUSTO, figuriamoci!) o giocava col post-moderno ipotizzando romanzi di formazione fra “Pascoli e Diabolik” (questa la pedagogia di “Maria-Batman”, o l’ecolalia metapartigiana di “Dadadidattico”), o ancora risolveva in panismo post-francescano il problema della diversità (“l’amore è grande e santo anche fra l’asino e il canguro”, si giura in “Psico fico”).

Ma c’è anche ingenuità pasoliniana (“le tue labbra sanno sempre di asfalto e di cipria”), moderno disincanto dai picchi ancora recenti dell’esotismo glam (“quando l’ufo qui passò sulla terra, ci lasciò annegare soli qui d’immaginazione”), nonché dal fallimento appena consumato della stagione dei gruppi extraparlamentari (“per me rivoluzione è niente, noia o déjà vu”). Parole coraggiose, giocate ma altere, cinismo, ma ancora un’energia divorante anche al di là dell’edonismo e di quel monumento alla lussuria come atto politico, che pure in quegli anni ebbe un senso.

Poi è magnifica la sostanza musicale. Ivan spende con straordinaria verve il praticantato isterico di UOAEI (1975), l’esperienza londinese, la sapienza incosciente di Nanni Ricordi, soprattutto l’ironia ultracolta di Roberto Colombo, vero coautore, complice e in qualche modo regista dell’album. Si pensi solo a come acquisti di originalità e spessore quella formula di ascendenza jazz rock che in tanti dischi italiani dell’epoca fungeva da cifra stilistica portante. O a come lo sperimentalismo vocale lasci definitivamente le coordinate seriose, ma tanto meno attuali oggidì, di un Alan Sorrenti, per diventare miracolo sciolto di ironia. Guizzi di chitarre e pianismi liquidi, tempi dispari, tocchi di funky elegante e leggero, accenni di ballad subito rotti da una voglia inesauribile di sdrammatizzare.

La cultura gay pop colta in una delle sue declinazioni più avventurose e insieme universali. Di sempre.


Alberto Camerini, Cenerentola e il pane quotidiano
by Christian Zingales

Nato a San Paolo del Brasile da genitori italiani, tornato in Italia ancora bambino, Alberto Camerini si afferma subito negli anni della tarda adolescenza come chitarrista di razza nella Milano della contestazione. È intorno al ’68, dopo gli esordi in una band chiamata Il Pacco, dove milita insieme agli amici Eugenio Finardi e Donatella Bardi, che comincia a distinguersi come turnista suonando con Anna Identici, Patty Pravo, Fausto Leali, Rita Pavone.Con l’approssimarsi degli anni ’70 è già una figura di riferimento della scena meneghina off. I suoi assolo elettrici graziano album come L’unità degli Stormy Six, Volo magico n. 1 di Claudio Rocchi, Mai una signora di Patty Pravo e Megh di Mario Barbaja.

Il momento del contatto arriva nel 1975. Coproduce il disco d’esordio di Finardi, Non gettate alcun oggetto dai finestrini, pubblicato dall’allora ascendente e quotatissima etichetta indipendente Cramps, fondata da Gianni Sassi. Il disco è un classico del rock italiano e gli assoli di Alberto nelle lunghe cavalcate elettriche “Se solo avessi” e “Saluteremo il signor padrone” diventano mitologia immediata, lancinanti e acidi graffi di una creatività che stava prendendo forma.

Passa un anno, infatti, e sempre su Cramps arriva l’album anche per lui. Cenerentola e il pane quotidiano, seguito nei due anni successivi da Gelato metropolitano e Comici cosmetici, è il primo atto di una trilogia tra le più personali e eccentriche del pop italiano, prima del successo televisivo degli anni ’80, quando il nostro si trasforma, con una serie di fortunati album e hit prodotti con Roberto Colombo per la CBS, in un arlecchino elettronico post-punk e post-Bowie, capace di sintetizzare elettronica, pop e commedia dell’arte con strabordante e incontrollata istintività. Il capolavoro di Alberto rimane però Cenerentola e il pane quotidiano, la genesi di tutte le istanze a venire, ancora freddo di un controllo che dà una prospettiva importante alle schizofrenie concettuali di quello che qui si manifesta come un perfetto folletto metropolitano, un joker precipitato nelle lande della Milano plumbea e rigogliosa dei tardi ’70.

Spalleggiato da musicisti del giro come Hugh Bullen, Walter Calloni, Patrizio Fariselli, Claudio Pascoli, eccolo creare un patchwork di visioni ludiche e taglienti che allora rappresentano uno stacco vero rispetto a tutto l’antagonismo politicizzato e post-cantautorale, dal rock lisergico e sotterraneo di “La ballata dell’invasione degli extraterrestri” e “La straordinaria storia dell’invenzione della televisione (a colori)” ai retaggi brasiliani di “Maracatù F.C.” e “Pane quotidiano”, da filastrocche pastello come “TV baby (Gli eroi della televisione)” a due numeri off-pop come “Sicurezza” e “Droga (Aiutami dottore)”. A sfociare nell’apice del lavoro, la conclusiva “Cenerentola”, otto minuti di puro meta-rock, viaggio urbano senza copertura, con Camerini che in una sorta di proto-rap racconta il sabato notte di una proletaria alla ricerca di sesso, droga e rock’n’roll dopo una settimana di duro lavoro (“e se otto ore vi sembrano poche/provate voi a lavorare”). Quando, dopo mille colpi di scena e altrettante mostruose apparizioni, il viaggio esplode in una coda ritmica finale con il basso di Bullen e la batteria di Calloni in assetto da guerra e Finardi che fa, come da note, “coretti alla lurìd”, si ha il totale di uno dei dischi più incredibili che il pop italiano, nelle sue tante manifestazioni, abbia mai partorito. Il fatto che sia stato ristampato in cd solo agli inizi dei ’90, e in edizione ultralimitata, è piuttosto scandaloso.

Written by alteralter

January 19, 2009 at 11:51 pm

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